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AI Voice AudioBook: La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia by Giovanni Pascoli

AudioBook: La mirabile visione: Abbozzo d'una storia della Divina Comedia by Giovanni Pascoli

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LA MIRABILE VISIONE

ABBOZZO D'UNA STORIA DELLA DIVINA COMEDIA

SECONDA EDIZIONE

BOLOGNA NICOLA ZANICHELLI EDITORE


A RAVENNA

PATRIA

DELLA DIVINA COMEDIA


o Ravenna!

o mia città paterna, tu non sai forse nemmeno chi io mi sia; chi sia questo tuo figlio che t'offre il suo umile libro. È un uomo esso, per dirtene alcunchè, nè tristo ora nè lieto, nè noto nè ignoto, che soffrì, nella prima e solo bella parte della vita, molta sventura, la quale ogni tanto gli si fa sentire tuttavia, come appunto questo vento, avanzato a una grande tempesta notturna, che, mentre egli scrive, passa a quando a quando con alcuna sua raffica, e rugge. Chè egli adesso abita qui, di fronte al lido che primo si chiamò Italia; tra l'Aspromonte e il Peloro, tra l'Ionio e il Tirreno: ma ti nacque non così lontano, in un castello di quei Malatesta ai quali tu fornisti una donna da amare e uccidere. Nacque dunque in quel castello, e soffrì, e s'accomodò a vivere alla meglio; e ha bell'e finito. Del resto l'uomo è tranquillo nel suo cuore: non desidera ormai aver dalla fortuna più sorrisi di quelli che ha avuti, pochi e sforzati; perchè invero non della ventura egli è ormai amico, sì d'un'altra, dell'altra, di quella che bea ma vuol esser sola.

A te, città silenziosa, questo libro: al quale che cosa posso e debbo augurar di meglio, che il sacro silenzio, migliore, non solo delle contumelie, ma anche, e specialmente, delle acclamazioni? Il libro parla di Dante fiorentino e della Comedia sua ravennate; di quello spirito e di quel poema i quali io sento che avrebbero a essere più vivi nella nostra vita moderna, di quel che consentano coloro che pur li studiano e cercano col solo grande amore che si ha per le grandi, o anche piccole, rovine. Io, per esempio, ho imparato dal nostro Poeta, qual sia la libertà che bisogna impetrare a sè e predicare agli altri, se si vuol essere veramente liberali: è la libertà del volere, che è inceppato, per qual ragione si può discordare, ma che e il poema antico e tanti libri nuovi affermano potersi riavere o avere con lungo e forte esercizio sopra sè e dentro sè. Sia un'antica colpa, come Dante credeva, sia la naturale origine, come si crede ai nostri tempi, è, però, in questo e quel modo, un retaggio selvatico e bestiale, che noi portiamo in noi. Ora io credo con Dante che dalla selva si possa uscire e che la bestia si possa vincere.

Credo io dunque nella mistica luna, bianca nera, che splende e non si vede, che ci faccia trovare il passo; e nel mistico veltro, che pasce sapienza e amore e virtù, che ricacci nell'inferno la lupa? Sì: ci credo. La luna è la Grazia, il veltro è un Augusto;[1] e dunque io credo alla Grazia e all'Augusto? Questa domanda è vana. Dante credeva a una Grazia misteriosa, pari a una luna che fosse piena nella nostra notte, e pur non fosse veduta, la quale faceva uscir l'uomo dal suo fatale aggrovigliamento vegetativo, risvegliandone, nel suo torpor di pianta, la volontà. Ora la scienza non ci dichiara, come l'uomo sia diventato uomo, se non con una parola “evoluzione„, che ripete la domanda e non le risponde; con una parola misteriosa quanto la Grazia, e con un'imagine strana quanto la luna, che è tonda e non si vede, e quanto Lucia, che ci porta in alto mentre dormiamo. Dante spiegava la nostra ascensione come la spieghiamo noi: ossia non la spiegava, ossia la dichiarava non spiegabile. Quanto poi all'Augusto o al veltro o al cinquecento dieci cinque, consideriamo: questo Messo doveva operare sulle coscienze degli uomini; doveva far sì che gli uomini vincessero le tendenze ad abusar di sè e degli altri, ossia doveva domare l'incontinenza e cacciare la cupidità. Noi non riusciamo a comprendere come un Augusto potesse avere cotesta efficacia, se non ripensiamo con qual mezzo egli doveva averla. Questo mezzo è la libertà. Ebbene se io non credo all'Augusto, credo però alla libertà; e credo che Dante abbia pronunziata la parola che, o negli anni, o nei secoli, o nei secoli de' secoli, sarà l'ultima parola della scienza e della sapienza. Egli ha detto: “Gli uomini lasciati a sè stessi, liberi dalla tirannide dei loro simili e pari, limiteranno da sè, in piena libertà, la libertà di abusare di sè e degli altri, e così fiorirà la giustizia e regnerà la pace„. Che questo giogo soave della libertà cui la cervice non sente, potesse o no imporlo un Augusto, non monta ragionare: Dante poneva parallelo a questo concetto politico o sociale, quest'altro concetto morale e psicologico: “L'uomo non sarà felice se non quando, volendo volere, frenerà le passioni dannose a sè e ad altrui, e se ne purificherà, e così sarà nel tempo stesso libero e buono„.

_Ebbene se si fondono i due concetti, si avrà l'ultima parola dell'umanità, parola così semplice che gli uomini la prendono a sdegno e cercano affannosamente sistemi nuovi che non sono se non vecchi inganni, creano fazioni nuove che non sono se non vecchi guai, sognano illuminazioni nuove che non sono se non vecchi incendi, non mai spenti e pronti sempre a divampare. Ma la parola, quanto si voglia semplice e umile e senza raggi e senza scoppi, sarà l'ultima perchè è l'unica. “L'umanità non sarà felice, nella giustizia e nella pace, se non quando sarà libera; e l'umanità non sarà libera, se non quando l'uomo si sentirà libero non facendo se non il bene„. Insomma Dante afferma che non c'è questione politica o sociale al mondo, ma soltanto morale. E così credo io. E credo con Dante che solvere la questione, quando che sia, per questo verso, sia possibile; e non sia possibile se non per questo verso: credo invero che l'uomo possa uscire dalla selva, tanto è vero che in parte n'è uscito e ne esce; che possa vincer la bestia, tanto è vero che l'ha qualche volta vinta e la vince; che possa ascendere, tanto è vero che, poco o molto, è asceso e ascende. Ascende, in virtù del suo discendere contemplando. Si fa sempre migliore l'uomo, considerando con sempre più lucida e perciò più ritrosa e rattris

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