ZanChat
ZanChat logo

Free eBook, AI Voice, AudioBook: Brandelli by Olindo Guerrini

AI Voice AudioBook: Brandelli by Olindo Guerrini

AudioBook: Brandelli by Olindo Guerrini

0:00 / Unknown

Loading QR code...

You can listen full content of Brandelli by Olindo Guerrini in our app AI Voice AudioBook on iOS and Android. You can clone any voice, and make your own AudioBooks from eBooks or Websites. Download now from the Mobile App Store.

Listen to the AudioBook: Brandelli by Olindo Guerrini

BRANDELLI

IL PRIMO PASSO

Ecco come andò la cosa.

Nell’inverno del 1868 io davo ad intendere alla mia famiglia di studiar legge; anzi per confermarla vie più nell’errore, alla fine di quell’anno mi laureai.

Dunque, nell’inverno del 1868, invece di leggere il codice leggevo dei versi. Ma leggevo per lo più dei versi francesi, non trovando niente in italiano che finisse di piacermi. Giudicavo tutti i nostri poeti recentissimi colla avventatezza dello studente che procede per simpatie ed antipatie e tutta la nostra lirica contemporanea mi pareva vuota, affettata, frigida. L’eterno Iddio Manzoni era l’oggetto del mio odio accanito; e tutto quel cristianesimo nè carne nè pesce degli scrittori che adorano san Pietro e dicono male del suo successore, mi dava delle ore di bile felice. Il mio vangelo filosofico era la Filosofia della rivoluzione del povero e grande Ferrari; e in questo forse ho cambiato poco. Potete dunque immaginare il gusto che mi dettero poi le lodi prodigate all’abate Zanella! Badate bene! Se l’amor di Dio messo in versi mi fa sempre presso a poco lo stesso effetto, non giudico più così sfacciatamente in cose d’arte. Voglio solo dire che allora l’odio al romanticismo cristiano e cattolico mi accecava e mi faceva giudicare colla ferocia di un antropofago.

La sera, prima di andare a letto, facevo dei versi.

Li facevo in pantofole e ci si sentiva. In quelle crudelissime poesie ingiuriavo atrocemente la Trinità ed il resto. Traducevo La Guerra degli Dei del Parny, Voltaire mi pareva fiacco e, quando trovavo qualche cosa che non mi andava a verso, picchiavo coi pugni sul tavolino e insolentivo l’autore e i suoi ascendenti in linea mascolina e femminina in perpetuo. Non mi consigliava nessuno e da nessuno avrei accettato consigli. Avrei scaraventato subito il volume dell’Aleardi in faccia a Mentore stesso. Non si è giovani per niente.

In quell’anno venne fuori il Levia Gravia del Carducci. Non conoscevo l’autore di persona, e quando lo conobbi, mi diede sempre tanta soggezione, che si sono voluti dieci anni di amichevoli relazioni prima di decidermi al tu confidenziale. Anzi è stato lui che ha cominciato col tu, ed anche ora, quando si parla sul serio di letteratura o di storia, mi scappa quel lei benedetto. Allora insomma non lo conoscevo e si può anche dire che egli era conosciuto da pochi. Il Levia Gravia non levò gran rumore, un po’ perchè allora non si credeva possibile di far buoni versi dopo il Manzoni ed anzi pareva sfacciataggine provarcisi; poi, perchè in quel libro non c’era politica. Ma io lo lessi; e stucco e ristucco di tutta quella devozione rimata che stagnava in Italia, rimasi ammirato di non trovarci dentro i soliti angioli e le solite madonne. Trovai finalmente il poeta mondo dalla lebbra del sentimentalismo ipocrita che odiavo, trovai finalmente qualche cosa di nuovo, di originale, e non le solite rifritture manzoniane. Fino i metri non erano più quelli del sempiternale—Ei fu! Siccome immobile—e gli affannosi decasillabi, noiosi nel loro isocronismo come il pendolo dell’orologio. Ma qui non faccio l’autopsia critica del Carducci; dico solo per dire che mi colpì subito e, presa la penna, scrissi due o tre colonnini di roba entusiastica certo, ma sconclusionata parecchio.

Si sa: quando si è scritto qualche cosa adversus genies, viene la voglia di stamparla. Ricopiai la mia sconciatura in magnifica calligrafia e la portai ad un giornale che si chiamava l’Amico del popolo.

Era un giornale repubblicano: lo dice il titolo preso dal giornale di Marat. Scritto da brave persone, aveva però il difetto di quasi tutti i giornali repubblicani, che è quello di essere scritti da persone senza un’educazione letteraria sufficiente. Ma il peggio era il capo redattore, che era un tale, il quale con tutte le sue buone intenzioni di patriota, non aveva la più pallida idea di quello che fosse la letteratura. Egli quando lesse la mia roba mi disse:

— Bella roba! Bella roba! Ma come fa a starci tutta in una pagina? Non si potrebbe accorciare?

Io gli risposi che la mia prosa, come ogni prosa, aveva un suo modo di stare in pagina, e che non si poteva accorciare come si accorcia un calzone. Egli allora si mise a leggere a quella maniera che i ciechi leggono con le mani, con la fronte aggrottata, con gli occhi sgranati, con le narici gonfie; e vedendo ch’io avevo parlato un po’ male del Manzoni, e un po’ male dei francesi, e un po’ male dei romantici, e della Divina Provvidenza, e del cristianesimo, e della monarchia, e della proprietà, e di tante altre cose, che egli non capiva, disse:

— Ma qui ci sono tante idee! Lei non ci mette mica un po’ troppo del suo?

Io gli risposi che le idee sono cosa mia, come i versi, come la prosa, come il resto: che una volta che io mi sono fatto editore di me stesso, non ho bisogno di consiglieri.

— Dunque? — disse il caporedattore con uno sguardo terribile.

— Dunque quel che ho scritto, si stampa, e se non le piace, mi renda il manoscritto.

Egli, pel suo mestiere, doveva essere un uomo di molta pazienza; ma il desiderio di fare un articolo grosso e di dare un’istruzione al suo pubblico, glie la fece perdere; e mi diede il manoscritto.

Ma si diede anche a credere che io, un laureato, avessi scritto la mia tesi sul diritto amministrativo; e siccome l’avevo scritta col piglio di un poeta, ed anche di un poeta che non ci va troppo per il sottile, tuttochè io avessi letto una tesi sul Comune, egli credette che il mio libello fosse una tesi di laurea. Così si mise a correggerla come se fosse materia accademica. Ma siccome la mia tesi, come ho detto, era un po’ brilla, e piena di quei lampi di genio che hanno le persone che bevono, il caporedattore ebbe la bell’idea di volerla annebbiare un po’ con la sua erudizione.

Cominciò a correggere le mie tirate, le mie esclamazioni, le mie metafore, le mie iperboli, con una serietà che avrebbe fatto ridere il diavolo. Egli non capiva il mio sarcasmo, il mio ironia, il mio sospiri, il mio imprecazioni, e la mia malinconia. Mi restituì il manoscritto; ed io me ne tornai a casa, con la mia tesi fra le mani, come se fossi stato bocciato.

Il caporedattore dell’Amico del popolo, quel giorno si era vestito da uomo serio, aveva messo la cravatta ed era andato a trovarmi a casa, per dirmi con un aria grave:

— Io ho corretto la sua tesi; ma mi duole dirle che lei non è abbastanza colto per scriverne delle altre.

Io mi misi a ridere: egli si turbò, io mi trattenni, e gli dissi:

— Lei sa, il diritto canonico e il diritto civile, non sono la stessa cosa.

Egli mi guardò in faccia, e non mi disse più altro.

You can download, read online, find more details of this full eBook Brandelli by Olindo Guerrini from

And convert it to the AudioBook with any voice you like in our AI Voice AudioBook app.

Loading QR code...

Free eBook, AI Voice, AudioBook: Brandelli by Olindo Guerrin | ZanChat AI