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AudioBook: La vita Italiana nel Seicento by Various
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Dalla Pace di Castel Cambrese a Quella dei Pirenei (1559-1659)
Conferenza di Guido Falorsi
Posciachè nella giostra, indarno deprecata da Caterina de' Medici, giacque, per l'asta infelice del Montgomery, Enrico II, lasciando a un adolescente infermiccio, e dopo questo a fanciulli fracidi di corpo e di spirito, il gran pondo della corona di Francia; gli effetti delle battaglie di San Quintino, e di Gravelines, mal contrappesati dal racquisto di Calais, parvero farsi di due cotanti più gravi, e stendersi più tetra e gigantesca che mai sulla pavida Europa l'ombra di Filippo II.
Egli allora sembrava attingere a un fastigio di grandezza, da gareggiare con quella dell'Impero romano ne' suoi giorni migliori; e superarla per taluni rispetti.
Sua la Spagna, tuttavia fremente nell'orgoglio delle recenti vittorie; suoi, pressochè per intiero, gli Stati, colla ricchezza e floridezza de' quali i Duchi di Borgogna s'erano avvisati di far fronte insieme e alla Monarchia francese e all'Impero germanico; suoi i Regni, prosperosi sino a que' giorni, di Napoli, Sicilia, Sardegna; e la pingue Lombardia; e i porti della Toscana, freno alle velleità Papali o Medicee; suoi i galeoni che, carichi d'oro, gl'inviavano dagl'immensi possedimenti d'America i Vicerè senza scrupoli e senza ritegno; legato a lui dalla tema del particolarismo tedesco, della Riforma, de' Turchi, l'Impero germanico, colle austriache dipendenze d'Ungheria e Transilvania; stretto a lui dall'intento di ricuperare nell'unità della Fede il dominio delle coscienze, o di vietare almeno ulteriori conquiste ai Riformati, il Papato; vicino a cadergli in grembo, colle amplissime colonie d'America, d'Asia, d'Affrica, il Portogallo; dedita a lui, contro le ambizioni Savojarde e Francesi, Genova; poco meno che vassalli suoi Savoja, Farnesi, Medici; tenuta in briglia dalla minaccia turca la stessa Venezia; devoto a lui un partito in Francia, e sino in Inghilterra. La Monarchia Universale, di cui le due Diete d'Augusta (1550 e 1555), tenendo ferme le ragioni di Ferdinando I alla Corona imperiale, avevano sfatato il sogno, poteva parere anco una volta a Filippo una meta, che, volendo saldamente, e sapendo, sarebbesi pur conseguita.
Nè il volere gli faceva difetto; cupo insieme ed ardente, impetuoso e meditato; se gli facesse difetto il sapere, nella scelta e nell'uso dei mezzi, o se gli ostacoli fossero tali da non superarsi con forza ed arti maggiori di quelle adoperatevi da Filippo, mal potrebbesi dire di primo tratto; ma chi rimediti altri periodi storici, che con questo hanno più prossime analogie, s'accorgerà che la tradizione della Torre di Nimrud si perpetua, rinnovellata, per le intrinseche leggi, ond'è governato l'universo delle Nazioni.
Per quel ch'è di Filippo, nell'anima, alta no, ma vasta, egli accolse il disegno di dominazione tanto ampia ed intiera in ogni sua parte, quanto altra mai ne potè esser concepita da umana superbia e temerità. Dominare su tutti, dominare in tutto; penetrare gli arcani delle volontà; e a quelle dettar legge, e al pensiero, frugato con assidua scaltrezza ne' suoi recessi profondi; sradicare dall'anime, esterrefatte al bagliore de' roghi e al luccicare delle mannaie, sin la facoltà di creder possibile la ribellione; far parere norma alle coscienze, nell'ordine civile come nel religioso, la coscienza dell'Imperante; premio la sua approvazione; Ministri, Familiari adoperare come strumenti passivi, e, alla minima renitenza, annientarli coll'esilio, col veleno, col ferro; questa la visione che, nel delirio della sua oltrepotenza, vagheggiò e potè per un istante imaginarsi d'avere incarnata; questa la Torre babelica, che credette d'avere inalzata pei secoli lo sconoscente figliuolo di Carlo V.
Se il biblico “transivi, et ecce non erat„ ha trovato mai, per le meste profondità della Storia, una luminosa esemplificazione, ella è questa.
“E voi pensate
fa dire lo Schiller al suo marchese di Posa (nel Don Carlos)
“E voi pensate, Seminando la morte e la sventura, Piantar per gli anni eterni? Oltre lo spirto Dell'artefice suo la vïolenta Opra non vive!„
Filippo potè vedere cogli occhi proprî i primi vacillamenti ed i crolli dell'edificio, ch'egli aveva reputato imperituro; cogli occhi proprî, facendo accortamente buon viso a cattiva fortuna, vide rientrare ne' porti spagnuoli i miserabili avanzi dell'Armada, ch'erasi predicata invincibile; dovette egli, che aveva steso allo scettro di Francia, caduto, e non senza sua colpa, nel fango e nel sangue, l'artiglio rapace; e s'era lusingato d'avere almeno a porlo nella mano della
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