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AI Voice AudioBook: Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo di Guido da Verona

AudioBook: Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo di Guido da Verona

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Sciogli la treccia, Maria Maddalena

ROMANZO

Fino ad oggi, nella regale città di Maria Cristina, in questa gloriosa capitale del Nord, sul divino Atlantico, la cosa che più m'interessava era--lo confesso--l'imbecillissimo gioco del «trente et quarante».

Ma questa sera ho incontrata una donna, che i miei calmi occhi di navigatore forse non potranno dimenticare mai.

Eravamo seduti così presso, alla tavola del «trente et quarante», che un sottile velo di cipria, staccandosi dal suo braccio seminudo, impolverava leggermente la mia manica nera.

Giocava con febbre, giocava con irritazione, spingendo sul tavoliere, ad ogni colpo, senza nemmeno contarli, grossi mucchi di gettoni e di denaro. C'era in lei, nella luce della sua carne, forse nel colore de' suoi lineamenti, un non so che di pericoloso e d'innocente, una bellezza perfetta e funesta, torbida e scintillante, che formava, tra la luce de' suoi capelli, un'aureola di splendore, la isolava dalla folla, quasi cancellava intorno al suo volto la confusione di tutte l'altre fisionomie.

Poichè la guardavo con fissità, ella d'un tratto si volse; parve cercasse qualcosa, o volesse chiedermi qualcosa, pur seguendo con occhi attenti la mano veloce del mazziere, che andava rivolgendo le carte. Vinse il colpo; le sue ciglia dorate brillarono. Forse le mancava esattamente un fiammifero per accendere la sigaretta, una piccola fiamma rossa per mandare la vita in fumo.

Era una bellissima creatura, lunga, snodata, sottile, con una capigliatura di mogano scintillante, un profilo rettilineo ma soave, le mani così prive di colore che parevan quasi vecchie nella sua trasparente gioventù. L'abito che portava, il fino intreccio di piume del Paradiso che si arruffavano intorno a' suoi capelli veramente gloriosi, gli anelli che opprimevano le sue leggere dita, i braccialetti che le avvolgevano il polso, ed il profumo doloroso, eccessivo, irritante, che mandava la sua fina cipria, la sua fina seta, il respiro de' suoi labbri dipinti, la visibile forma della sua nudità, in quella sala calda, gremita, nel rumore del gioco, sotto il peso dei lampadari accecanti, nel brillare del tappeto, nella febbre del vincere, mi stordivano, mi esasperavano, e quasi mi pareva che in lei sola fosse l'origine di tutta questa concitazione.

Quando avvicinò alle mie dita le labbra, per accendere la sigaretta, i suoi occhi risero, tutto il suo volto rise; non mi ringraziò, scosse indietro la fronte, pose ancora denaro sul mucchio di gettoni che le appartenevano--ed aspettò.

Aspettò immobile, quasi godesse la voluttà perversa di quel lungo tormento, l'irritazione meravigliosa che le sue vene proverebbero, vincendo, perdendo, sopra una carta imprevedibile.

Chi era? Da che luogo era giunta? Chi mai possedeva le sue labbra così calde e così limpide?

L'elettricità rompeva in mille arcobaleni quasi verdi la sua triplice collana di perle; perle tutte d'un colore, che pareva tenessero imprigionato nella loro splendente anima un raggio di sole.

Era--io pensavo--una donna del Nord, nata fra i bianchi silenzi delle nebbie settentrionali, forse in una casa grigia, in una piccola strada, in un remoto villaggio delle vecchie contee.

Veniva dal Nord; l'amore le aveva dato que' gioielli, quel riso, quella sua bellezza inesorabile. Aveva la mano costrutta per bene immergersi nelle ricchezze altrui; aveva un corpo fatto per regalare qualche ora di voluttà costosa e indocile a chi potesse permetterle di giocare sopra una carta fortuita il denaro che paga per un anno la fatica di numerosi operai.

Le donne spagnole, dalla carnagione di camelia, stavano ferme all'intorno e silenziose la guardavano. Di fronte a lei, su l'altro lato della tavola, era seduto il suo amante: un fino tipo di giovine hidalgo, sbarbato, liscio, elegantissimo, di quelli che si vestono a Piccadilly e fischiano le canzonette di Montmartre nei corridoi dell'espresso Paris-Madrid.

Pareva ch'egli avesse una certa paura di quel denaro ch'ella giocava con tanta prodigalità, ed invano tentava di nascondere la sua inquietudine ogni volta ch'ella poneva sul tavoliere una somma troppo forte; impallidiva un po' quando la rastrellavano, si rischiarava tutto, le mandava un complimento in pessimo francese od in pessimo inglese quando il colpo era vinto. Ma ella faceva esattamente il contrario, sempre il contrario, di ciò che il suo amante le suggeriva.

Nondimeno questo giovine hidalgo era visibilmente fiero di lei; gli pareva che tutto quello splendore fosse opera sua e tutto il reame di Alfonso XIII contemplasse con invidia la sua compagna forestiera.

--Give me a cigarette, please...

Ed egli, traverso il tavoliere, prontamente le porgeva un suo magnifico astuccio d'oro fiammeggiante, mentre un domestico in livrea gallonata fendeva la calca, per accenderle in mia vece quel fiammifero, esattamente, che le mancava.

Entrò nelle sale in quel punto un personaggio veramente illustre, che fece per curiosità ondeggiare la folla, mentre il suo glorioso nome volava di bocca in bocca, leggero ed intrepido come l'uomo che lo portava:--Bombita.

Era la vecchia Spagna, la Spagna superba e fortissima degli antichi tornei, che poneva l'agile piede nel Tempio dell'Azzardo e della Prostituzione;--Bombita, il più celebre torero del regno di Alfonso XIII, quegli che mandava in delirio le selvagge Arene, quegli che di notte visitava in sogno tutte le vergini di Castiglia e d'Aragona, forse l'ultimo Cavaliere dell'Ideale in questa vecchia terra cristianissima, che fece tremare il mondo... Sì, era il perfetto, l'insuperabile Riccardo Torres--Bombita nel battesimo della spada--ch'era venuto a toreare in San Sebastiano.

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