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Audiolibro: Il processo di Verre - Un capitolo di storia romana by Ettore Ciccotti
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IL PROCESSO DI VERRE
UN CAPITOLO DI STORIA ROMANA
DI ETTORE CICCOTTI
MILANO ÈDITO A CURA DELL’AUTORE 1895
PROPRIETÀ LETTERARIA
Prato, tip. Giachetti, Figlio e C.
I.
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Le conquiste oltremarine di Roma.
Quando Aristagora di Mileto si recò a Sparta, per ottenere ch’essa prendesse a sostenere la causa degli Ioni contro i barbari, buon parlatore e facondo, com’era, cercò sopra tutto lusingare gli Spartani, col mettere ad essi sottocchio le smisurate ricchezze dell’Asia, che loro senza molta pena sarebbero venute in mano, e gli avrebbero condotti al punto di contendere di ricchezza con Zeus; essi che per poca terra guerreggiavan con Messeni ed Arcadi ed Argivi. Quali cupide voglie e quali speranze destasse quel lieto miraggio nella folla degli ascoltatori, Erodoto non dice; ma l’impressione dovette ben essere intensa, se Cleomene volle rimandata la risposta a tre giorni. E il terzo giorno venuto, con ispartana brevità, altro Cleomene non domandò fuori di questo: quanta distanza separasse gli Ioni dal re; a che con inganno Aristagora rispose: un cammino di tre mesi. La qual cosa udita, Cleomene più non volle ascoltare, ed interrompendo gridò: O straniero di Mileto, sgombra da Sparta prima che cada il sole; poichè non dici cose buone per i Lacedemoni tu che vuoi condurli per una via, che si dilunga di tre mesi dal mare.
Forse Cleomene, dando la sua fiera risposta al tiranno di Mileto, non pensava in quel punto che a’ disagi, a’ pericoli, alle incertezze di una spedizione tanto lontana; ma per un buono Spartano maggiori anche de’ pericoli dell’impresa di guerra, se anche più remoti, doveano apparire quelli che avrebbero minacciata l’indole e la consistenza delle instituzioni spartane.
Agli Stati, che hanno il vanto d’instituzioni guerriere, meno è da temere la guerra e più le conseguenze della vittoria. Alcune istituzioni severe od una rigorosa semplicità di costumi non possono serbarsi che in un ambiente, ove niente vi sia che desti sentimenti di bisogni nuovi ed alletti nuove cupidigie con la stessa facilità di appagarle. E se improvvisamente gente avvezza ad una primitiva austerità e semplicità di vita si trovi a un tratto sobbalzata tra gente e costumi d’indole più progredita e pel progresso stesso fatta più raffinata e corrotta, il mutamento è d’ordinario fatale. Un popolo sperimentato in imprese guerresche, una gente guerriera, a causa della vita stessa che è costretta a menare, non può, per la difficoltà di soddisfarli, alimentare nuovi bisogni; ma l’amore dell’ornamento, il pregio della ricchezza serpono in esso segretamente, se anche non pienamente sviluppati, perchè male adatti alla semplice vita agricola ed alla vita del campo; poco utili se non nelle manifestazioni più rudimentali e semplici, e, come soddisfazione dell’amor proprio e della vanità, messi in seconda linea dalla manifestazione più alta del valor personale. Ma per poco che il cerchio magico, ond’esso è cinto, sia rotto, e l’ambiente, in cui questo popolo è costretto ad aggirarsi, si muti, ne nasce un effetto impensato, eppur consentaneo alla natura delle cose e di quegli uomini. L’ardore indomito che irruppe tante volte nel tumulto delle battaglie, si muta in una smania irrefrenata di godimento; la prepotenza guerriera, lo spirito di distruzione, quasi che, mutando di campo, tendano ad esercitarsi non più sugli uomini, ma sulle cose, si convertono in una prodigalità quasi pazza, in un fasto insolente; e la stessa emulazione del valore diviene un’emulazione di lusso e di opulenza.
Un oracolo aveva detto come null’altro che la φιλοχρηματία avrebbe potuto perdere Sparta, e questa fu tra le cause che la dissolsero; nè alcuna cosa l’alimentò più delle imprese lontane, de’ suoi rapporti con le popolazioni dell’Asia minore; e fu proprio sotto Lisandro che, con la fama delle riportate vittorie, v’irruppero più che mai la pompa asiatica e gli usi orientali. E quello ch’era accaduto di Sparta, accadde in più larga misura — nè forse è la sola analogia tra i due paesi — di Roma dal soggiogamento d’Italia e più anche dalla seconda guerra punica in poi.
Quando Polibio iniziava le sue storie, accostandosi pieno di reverenza e di maraviglia, come ad un santuario, a questo spettacolo del mondo intero, com’egli diceva, che in cinquanta e tre anni, non anco compiuti, era caduto tutto sotto la sola signoria romana, avea già un’intuizione, fors’anche men che vaga, della fine remota di quell’immensa fortuna. Altre volte, prima di Roma, era stato sognato e messo ad effetto l’impero del mondo, ma, anche più che nel disegno, nell’adempimento quell’impero non fu mai così vasto, come riescì a Roma formarlo; ed era stata l’opera di un braccio valoroso o di un uomo di genio, ch’era durata quanto la vita che avea animato quel braccio e quella mente, o poco più. Era invece questa la prima volta che non un uomo, ma una città, uno Stato libero, menava a buon fine quell’impresa, che veniva così sin dall’origine acquistando una forza ed una consistenza di cosa non legata ad una breve e precaria vita umana. Il mondo più antico, in un ambito così vasto, non aveva conosciuto se non le signorie personali, nel cui centro vivente trovavano la loro unità tutte le parti dell’imperio. La Grecia avea aggiunto la nozione dello Stato, più astratta e complessa nella sua forma impersonale; ma, sì nella speculazione de’ filosofi che nella storia, lo Stato libero non avea sorpassato i limiti di una città, ed ogni più grande compagine riposava sopra legami troppo lenti e materiali. Fu Roma che, preludendo in certa guisa e formando un anello di passaggio tra l’antico ed il nuovo, compose in forma più ordinata, più intima ed organicamente fusa una più grande compagine. Ed a questo giunse per gradi. Come l’aquila, appresso fatta sua insegna, che tenta da prima incerta i primi voli, indi da quelle prove fatta sicura ed incitata, spiega le ali fin dove ala d’emulo non può raggiungerla, nè può seguirla occhio umano; così Roma nelle sue conquiste. La storia è l’opera di tanti e sì diversi elementi, ed è il risultamento di così molteplici cause, in parte poste fuori di ogni previsione, e di un’azione reciproca così varia, che non vi è mente, co
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