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AI Voice AudioBook: Gli eretici d'Italia, vol. II di Cesare Cantù

AudioBook: Gli eretici d'Italia, vol. II di Cesare Cantù

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PAOLO III. L'ARETINO SUGGERIMENTI DI RIFORME. TEATINI E GESUITI.

Alessandro Farnese era stato educato sotto Pomponio Leto, e poi alla corte dei Medici aveva perfezionato la sua erudizione e i suoi costumi. Parlava correntemente italiano e latino, evitando ogni frase che non fosse classica. Amante delle belle arti, iniziò a Roma la costruzione del palazzo più bello del mondo, possedeva una splendida villa presso Bolsena, era affabile e mansueto quanto magnifico, e indulgente alle debolezze umane. Prediligeva un figlio, che divenne poi noto come Pier Luigi, duca di Parma.

Alessandro VI lo aveva creato cardinale. In quarant'anni aveva assistito a cinque conclavi. Quando, all'età di sessantasette anni, fu eletto papa, i trentasette elettori, a scrutinio segreto e poi a scrutinio palese, lo celebrarono come pontefice, prima per ispirazione divina, poi per scelta.

Da Martino V in poi, nessun altro romano era salito al soglio pontificio, il che suscitò grande giubilo nel popolo. Assumendo il nome di Paolo III, non volle che i Farnesi fossero da meno dei Medici. Ordinò a Michelangelo di continuare i cartoni per il Giudizio Universale e i palazzi sul Campidoglio. Fece costruire in Vaticano la Sala Regia e la Cappella Paolina, sul Palatino gli Orti Farnesiani, e si può dire che abbia rifatto Roma. Con la fortezza Paolina tenne a freno i Perugini e spossessò i sempre ribelli Colonna.

Convinte che la pazienza e l'abilità di adattare le proprie strategie alle circostanze portino sempre al successo, si destreggiò tra la Francia, che dominava brevemente in Italia, e Carlo V, la cui prevalenza avrebbe significato il dominio esclusivo dell'imperatore. Sperò di riconciliare le due potenze rivali e di pacificare l'Europa nel congresso di Nizza. Lì, insieme al re di Francia e all'imperatore, cercò di impedire l'avanzata della Riforma e l'espansione turca, offrendo 200.000 scudi d'oro e 12.000 soldati, oltre alla facoltà di alienare beni ecclesiastici per mezzo milione d'oro.

Tuttavia, contemporaneamente, si dedicò imprudentemente ad accrescere il potere di suo figlio Pier Luigi, a cui attribuì diversi domini della Santa Sede, infine i ducati di Parma e Piacenza, con il pretesto di impedire che venissero annessi al Milanese, aumentando così la potenza di Carlo V. Ad Alessandro, figlio quattordicenne di Pier Luigi, conferì la porpora cardinalizia e la collazione di quasi tutti i benefici del Novarese. Ad Ottavio, altro figlio di quindici anni, concesse il governo di Roma e poi la mano di Margherita, figlia illegittima di Carlo V, con la speranza di ottenere il Milanese. Ma invece, Carlo V favorì i congiurati piacentini che assassinarono l'odiato Pier Luigi e occuparono Piacenza.

Quando, atterrito da questo evento, il papa pianse e disperò, non mancarono cardinali che gli rivelarono i disonorevoli comportamenti del figlio ucciso e la necessità di dare l'esempio, piuttosto che suscitare scandalo nel mondo. È notevole, tuttavia, che mentre con una politica disordinata apriva un varco alle critiche dei protestanti, Paolo III comprese lo spirito cattolico e, assecondando coloro che cercavano di risvegliarlo negli intelletti e nei costumi, nominò circa settanta cardinali, quattro dei quali ottennero in seguito la tiara. Permise che in concistoro ognuno esprimesse liberamente il proprio parere e si circondò di prelati eccellenti, come Caraffa, Sadoleto, Contarini, Polo, Ghiberti, Fregoso, e il modenese Badia, maestro del Sacro Palazzo. Tutti questi avevano intrapreso la riforma della Chiesa come loro compito specifico. Formò una commissione di questi prelati per occuparsi della riforma, scrivendo loro: "Speriamo che tu sia eletto per far rivivere il nome di Cristo, ormai dimenticato dai popoli e da noi chierici, nei nostri cuori e nelle nostre opere; per sanare le malattie; per ricondurre le pecore di Cristo in un unico ovile; e per allontanare da noi l'ira di Dio e la sua vendetta che meritiamo, già pronta e già incombente sui nostri colli."

Questi prelati, infatti, si dedicarono a questo compito. Sadoleto, convinto che gli erranti potessero ancora essere ricondotti con mansuetudine, lamentava tuttavia che il papa non si accorgesse della defezione degli spiriti anche in Italia e della loro mal disposta attitudine verso l'autorità ecclesiastica. Caraffa dichiarava che l'eresia luterana aveva infettato l'Italia, seducendo non solo persone influenti, ma anche molti ecclesiastici. D'accordo, questi nove consultori muovevano rimproveri contro i papi, che spesso avevano scelto non consiglieri ma servitori, non per apprendere il proprio dovere, ma per farsi autorizzare a soddisfare ogni loro desiderio. Essi smascheravano gli abusi della curia; e quando qualcuno li accusava di eccessiva vivacità, il Contarini rispose: "Dobbiamo preoccuparci dei vizi di tre o quattro pontefici, o piuttosto correggere ciò che è guasto e meritarci una migliore reputazione? Sarebbe arduo scagionare tutte le azioni dei pontefici; è tirannia, è idolatria sostenere che essi non abbiano altra regola se non la propria volontà per stabilire o abolire il diritto positivo."

Contarini aggiungeva anche consigli sul governo temporale, non volendo che il dispotismo fosse rafforzato negli Stati del papa dall'infallibilità di quest'ultimo. "Quale uomo di sana mente direbbe che si possa costituire un buon governo dove la regola sia la volontà di un solo, incline per natura al male e soggetta alle passioni? Chi fa principe l'uomo anziché la legge, rende il principe umano e feroce, dato che negli animi sono congiunti gli appetiti bestiali e gli affetti degli uomini. Cosa si può pensare di così contrario alla legge di Cristo, che è legge di libertà, quanto il dover i cristiani obbedire servilmente al pontefice, al quale Cristo ha dato il potere di stabilire leggi a suo arbitrio, abrogarle, dispensarle, prendendo per unica norma la propria volontà? Un governo siffatto conviene non solo ai cristiani, che sono posti nella legge della libertà, e perciò devono essere vincolati da poche leggi esterne; non dirò ancora a uomini liberi e a qualsiasi governo di uomini liberi; ma a qualunque padrone sopra i servi, ai quali comanda per proprio vantaggio, e dei quali si..."

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