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AudioBook: Annali d'Italia, vol. 6 di Lodovico Antonio Muratori
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Anno di CRISTO MCCCCLXIV. Indiz. XII.
PAOLO II papa 1. FEDERIGO III imperadore 13.
Con tutta l'ansietà di Pio II pontefice di far una spedizion memorabile contra de' Turchi, giunti oramai colle tante loro vittorie e conquiste a minacciar fino la stessa Italia, fin qui non avea potuto dar compimento all'ardente sua brama per cagion della guerra suscitata nel regno di Napoli, in cui anch'egli s'era impegnato. Ora che vide assicurato sul trono l'amico suo Ferdinando, ed atterrato Giovanni duca d'Angiò, il quale nell'anno presente se ne ritornò a' suoi paesi in povero stato, ma con fama di valoroso signore e molto dabbene; si applicò con tutto vigore a promuovere il disegno di far grandi imprese in Oriente. Nel dì 18 di giugno mosse da Roma, ed inviossi alla volta d'Ancona, città allora afflitta dalla peste, dove, secondo i concerti fatti, si aveano a raunar tutte le genti e navi destinate a procedere contra de' Turchi, e che da tutte le parti della cristianità colà concorrevano. Lo stesso pontefice protestava e faceva sapere da per tutto di voler egli in persona montar sulla flotta per assistere ed animare i campioni cristiani. Non mancarono maliziosi, i quali credettero tal voce un colpo di politica solamente per tirar gente a quell'armata. Aggiungono, che egli meditava di navigar solamente sino a Brindisi, e di quivi trovar pretesto di malattia, o di disunione, per tornarsene, finito che fosse il verno, a Roma. Ma il Cardinal di Pavia Jacopo Ammanati, che seco era, e descrive il suo viaggio, ci assicura, essere stato verissimo il proponimento del pontefice. Arrivato esso papa ad Ancona, malconcio di salute, si fermò ad aspettar la flotta veneta, che dovea giugnere col doge stesso, cioè con Cristoforo Moro. S'avea anche certezza che Filippo duca di Borgogna era per venire in persona. Giunse in oltre gran gente crocesegnata per imbarcarsi; ma tra il tardare ad arrivar le navi, ed il non veder essi capitano alcuno di grido eletto per comandar l'armata, moltissimi se ne tornarono alle lor case. Pure, non ostante l'infermità del corpo, l'intrepido pontefice sollecitava l'impresa. Crescendo intanto i suoi malori, nel giorno stesso 14 d'agosto, in cui giunse ad Ancona la flotta dei Veneziani, peggiorò talmente papa Pio II, che nella seguente notte rendè lo spirito a Dio fra le lagrime de' porporati che l'aveano seguitato, e di tutti i suoi familiari. Chi vuol conoscere il maraviglioso ingegno di questo pontefice, legga ciò che ne lasciò scritto un altro insigne ingegno, cioè il cardinal di Pavia suddetto nelle lettere sue; oppur legga le opere ed epistole del medesimo Pio II, ossia d'Enea Silvio. Per la morte sua restò dipoi troppo sturbata l'impresa della crociata, e seguitarono perciò ad andare alla peggio le cose de' cristiani in Oriente. Col corpo del defunto pontefice si trasferirono a Roma i cardinali, ed, entrati in conclave nel dì 31 d'agosto, come ha il Platina, oppure nel dì 30, come scrivono l'Infessura e l'autore della Cronica di Bologna, elessero papa Pietro Barbo cardinale di San Marco, ch'era in concetto di gran politicone le cui azioni si veggono descritte da Michele Cannesio nella Vita di lui. Questi prese il nome di Paolo II, e fu poi coronato nel dì 16 di settembre. S'applicò ben tosto il novello papa a continuare i disegni del suo predecessore per la guerra contra del Turco, con poco successo nondimeno, andando a finir tutte le promesse dei principi in belle parole e pochi fatti.
Francesco Sforza duca di Milano, che, quantunque esibisse delle truppe, pure meno degli altri si sentiva voglia di accudire a guerreggiar contro ai Turchi, e sembra che si ridesse dei preparamenti già fatti da Pio II, perchè pensava unicamente a ciò ch'era d'interesse suo proprio; giunse in quest'anno a compiere la tela sua ordita per insignorirsi di Genova. Era tuttavia in potere di Luigi XI re di Francia la città di Savona, che altro non gli fruttava se non della spesa per la guarnigione occorrente ad essa e a tre fortezze ivi esistenti. Coi suoi maneggi il sollevò da questo peso l'avveduto duca di Milano, avendone ottenuto da lui il possesso; al qual fine inviò colà un corpo di gente. Non passò gran tempo che Albenga e tutta la riviera occidentale del Genovesato venne, senza adoperar la forza, alle sue mani. Questo primo passo facilitò i seguenti. Trovavasi la città di Genova da incredibili dissensioni dei cittadini lacerata. Infin gli stessi Fregosi, uno de' quali, cioè Paolo arcivescovo, era anche doge, non serbavano fra loro migliore armonia che gli altri: tutti bei preparamenti per far riuscire il cambiamento delle cose a seconda dei desiderii del duca di Milano. Dei nobili disgustati di quello sfasciato governo, oppure dei banditi dalla patria, non pochi si accostarono allo Sforza, pregandolo di liberar la loro città dalla tirannia dell'arcivescovo. Trasse egli inoltre nel suo partito con promesse larghe e con assai lusinghe Ibleto dal Fiesco, Spineta Fregoso e Prospero Adorno. Ciò fatto, spedì verso Genova molte brigate di sua gente, che, unite colle altre raccolte dai fuorusciti, si presentarono sotto quella. Di più non occorse perchè l'arcivescovo Paolo coi suoi aderenti, dopo aver ben presidiato il castelletto, si ritirasse per mare fuori della città. Pochi giorni passarono che, per opera specialmente d'Ibleto, entrarono le armi sforzesche nella città, fu acclamato per loro signore il duca di Milano, e da lì a non molto anche il castelletto gli aprì le porte. Allorchè comparvero a Milano gli ambasciatori di Genova, si studiò il duca di riceverli con istraordinaria magnificenza, e li rimandò ben contenti. Così egli coll'acquisto di quella possente città accrebbe di molto la potenza sua, e nella stessa città tornò la quiete e la giustizia che da gran tempo ne erano sbandite.
Già si accennò la corrotta fede di Ferd
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