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AudioBook: Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) by Cesare Cantù
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CAPITOLO CXII.
Gian Galeazzo Visconti, e sue brighe colla Toscana. Il Milanese eretto in ducato.
FAMIGLIA DEI CARRARESI
- Giacomo I, principe del popolo 1318-1324
- Nicolò suo fratello 1324-1326
- Marsiglio loro nipote 1324-1338
- Ubertino nipote di questo 1338-1345
- Marsiglietto Pappafava 1345
- Giacomo II figlio di Nicolò 1345-1350
- Giacomino suo fratello 1350-1372
- Francesco I loro nipote 1350-1388 m. 1393
- Francesco II Novello, strozzato a Venezia coi figli Francesco e Giacomo 1390-1406
FAMIGLIA DEGLI SCALIGERI
- Mastino I, signore di Verona 1259-1277
- Alberto suo fratello 1277-1301
- Bartolomeo } { 1301-1304
- Alboino } figli di Alberto { 1304-1311
- Can Grande } { 1312-1329
- Alberto II } figli di Alboino 1329-1352
- Mastino II 1351
- Cane II 1359
- Cane III Signorio } figli di Mastino II 1351-1375
- Paolo Alboino 1374
- Bartolomeo II } 1381
- Antonio } figli natur. di Can Signorio 1375-1387 m. 1388
- Guglielmo 1404
- Antonio e Brunoro suoi figli proscritti.
Sei capi ambiziosi e capaci aveano, fra le traversie, condotta in grande stato la famiglia Visconti. Morto (1354) l’arcivescovo Giovanni, perfido e astuto ma valoroso e liberale quanto serve a palliare l’ingiustizia, il consiglio generale di Milano e delle altre città fecero omaggio ai nipoti di lui Bernabò e Galeazzo (tom. VII, p. 561), che spartironsi il dominio, serbando indivisa Milano, ove fabbricarono uno la rôcca di porta Zobia, l’altro quella a porta Romana e alla Casa dei Cani.
Già vedemmo come Bernabò resistesse all’Albornoz e alla lega guelfa. Le bande soldate da questa e massime le inglesi, spintesi (1362) fino a Magenta, Corbetta, Nerviano, Vituone, dilapidarono ogni cosa, e rapirono seicento nobili che soleano abitarvi, nè li rilasciarono che a grossi riscatti; ma in fine a Casorate rimasero sanguinosamente sconfitte.
Poco poi, Bernabò venne ancora in rotta con papa Urbano V, il quale bandì contro di lui la crociata, a cui concorsero l’imperatore Carlo IV, il re d’Ungheria, la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, i principi d’Este, i Gonzaga, i Carrara, i Malatesti, e Perugini e Sanesi, confederati nella lega di Viterbo (1367). Ma Bernabò sapea che coteste crociate, unite solo dal sentimento, basta tirare in lungo, e si scomporranno da sè. In fatto a denari comprò l’inazione di Carlo IV (1368), allora calato nuovamente in Italia con cinquantamila uomini; a contanti fece passare dai nemici a sè la Compagnia Bianca, sommosse le città papaline (1369 febb.), e potè conchiudere buona pace, avendo però nella guerra consumato tre milioni di zecchini.
L’accorta politica e gli estesi concetti di Bernabò erano deturpati dall’ignobilità del suo carattere, da quel brutale egoismo, su cui nè amicizia nè fedeltà nè riconoscenza valevano, e che nè tampoco degnavasi palliare le beffarde violenze. Cominciò, come devono i tiranni, dall’assicurarsi contro i proprj sudditi con fortalizj, e sempre generoso mostrossi ai soldati. Mal arrivato chi nella trascorsa guerra fosse apparso propenso ai nemici! i processi finivano con supplizj atrocissimi. Proibì d’uscir la notte, qual che ne fosse la cagione, sotto pena di perdere un piede; tagliata la lingua a chi proferisse le parole di guelfo o ghibellino; uno nega pagar due capponi comprati da una trecca, ed egli lo fa impiccare. Passionato della caccia, fin cinquemila cani manteneva, ed allogavali presso i cittadini da nutrire: ogni quindici giorni appositi uffiziali visitavanli, e se li trovassero dimagrati imponeano una multa, una multa se pingui, la confisca dei beni se morti. Chi poi ne tenesse uno, o uccidesse lepre o cinghiale, era mutilato, appiccato, talora costretto a mangiarsi il selvatico bell’e crudo. Bernabò si sognava che un tale gli facesse male? imbattevasi in alcuno ne’ solitarj suoi passeggi? bastava per toglierli la vita o un occhio o la mano, od almeno confiscarne gli averi. Due suoi segretarj fece chiudere in gabbia con un cinghiale. Un giovane che avea tirato la barba a un sergente, fu condannato di lieve multa; ma Bernabò gli fece tagliar la destra: e perchè il podestà indugiò finchè i parenti venissero a implorar grazia, Bernabò volle fosser mozze ambe le mani al giovane ed una al podestà. Obbligò un altro podestà a strappar la lingua a un condannato, poi bere il veleno; talora costringeva il primo venuto a far da boja; e pretesto gli era sempre la lesa maestà, suggello d’ogni accusa nelle tirannie.
Agli atti di prepotenza v’ha sempre una ciurma che applaudisce, giudicandoli segno di forza, e alla forza si suol fare di cappello. Alcuni ambasciadori di principi rimandò vestiti di bianco a guisa di mentecatti, coll’obbligo di presentarsi in quell’arnese ai loro padroni, tra le risate de’ paesi che attraversavano. Quando vennero a lui in Melegnano i nunzj pontifizj a recargli la scomunica, Bernabò li condusse sopra il ponte del Lambro, e quivi intimò mangiassero le bolle della scomunica, se non volessero bever quell’acqua; e vi si dovettero rassegnare. Inviperendo viepiù contro gli ecclesiastici, fa accecare, mutilare chi non l’ubbidisce: udito che un piovano esigeva di troppo per le esequie d’un morto, lo fa sotterrare col morto stesso: un altro bandisce la crociata del pontefice contro il capitano di Forlì, e Bernabò il fa mettere in un tamburo di ferro ed arrostire al fuoco. Due frati gli si presentano per rimproverarlo di tali inumanità, ed esso li fece arrestare.
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