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AI Voice AudioBook: I rossi e i neri, vol. 2 by Anton Giulio Barrili

AudioBook: I rossi e i neri, vol. 2 by Anton Giulio Barrili

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PARTE SECONDA.

I.

Di ciò che avvenne e di ciò che non avvenne la notte del 29 giugno.

Il cuore parla, ma la ragione giudica; quello si abbandona sovente agl'impeti generosi del sangue, questa non può sempre seguirlo ed è costretta a frenarlo, tal volta con un asciutto consiglio, tal altra con un gelido sarcasmo. Povera ragione! la chiamano fredda e severa, laddove essa non è che sincera. Se ella potesse! figuratevi se non farebbe anch'ella le sue brave pazzie!

Poco innanzi il suo colloquio con la dolce Maria, il nostro Lorenzo Salvani era triste, ma risoluto. Desideroso di finirla con una vita increscevole, già si vedeva il petto squarciato dal piombo di una mischia notturna; egli era il primo a correre innanzi e il primo a cadere. Ma innamorato di Maria, ma dopo di averle detto: «vi amo e non ho nessuna voglia di morire» che avrebb'egli fatto? Come si sarebb'egli comportato?

Egli si era recato a Milano per ragioni d'affari, che gli avrebbero consentito di trattenervisi pochi giorni, e già le sue lettere, più di una volta, erano state più che malinconiche. Il 29 giugno era caduto in un giorno di festa: il giorno di San Pietro e Paolo. La città era tutta in sollazzo; la gente, dopo la messa, si era recata a passeggiare pei giardini, e il caro Lorenzo aveva inteso di unirsi ad essa. Egli aveva inteso di assalire la sua amante in mezzo alla folla, e di dirle: «Maria, io ti amo, e non sono punto malato; ma la vita mi dispiace, e vorrei morire. Tu mi dicesti che in avvenire dovevamo amarci più che mai; e mi hai dato la tua mano in pegno. Mi terrai tu la mano in pegno?».

La notte del 29 giugno la pioggia cadeva a torrenti; e quel giorno, come ogni altro, Lorenzo s’era persuaso che la sua vita dovesse finire quella notte. Era questa la sua prima idea, ma egli non si era affatto affrettato a metterla in pratica. Egli aveva sentito prima il bisogno di salutare la sua famiglia e di baciarla, e di dirle: «Addio, madre mia, addio, padre mio; torno tra voi quando sarò diventato un uom virtuoso e felice». Aveva poi inteso di far visita alla vecchia zitella che lo aveva accudito da bambino, di offrirle il suo amore e la sua riconoscenza, e di dirle: «Addio, mia buona nutrice, torno tra voi quando sarò diventato un uom virtuoso e felice». Era poi andato a ringraziare il suo maestro di grammatica, e poi quello di latino, e poi quello di filosofia, dicendo a ciascuno: «Addio, mio maestro; torno tra voi quando sarò diventato un uom virtuoso e felice».

«Non è dunque possibile» mi disse un giorno un amico, «che tu ti decida a morire? Pare che tu ti diverta a giocare con la morte, e che le tue vocazioni siano quelle d’un ragazzaccio che non può stare senza burle.»

«Non è questo il mio intento» risposi io; «ma non vorrei che la morte mi sorprendesse prima che io abbia imparato ad amare la vita.»

«E per imparare ad amarla» replicò l’amico, «tu devi viverla. Ma tu non vivi, tu ti consumi; e il corpo tuo è già debole e infermo.»

«Oh, se sapessi come mi si presenta la vita!» risposi io; «essa mi si presenta con un’aria sì lugubre e sì tetra, che non posso seguirla. E poi, a che debbo far ciò? A quale scopo? A qual fine? Le mie idee sono già abbastanza turbolente; e se il mio corpo fosse forte quanto io vorrei, non mi troverebbe però abbastanza felice da voler vivere ancora a lungo.»

«Ma tu hai la tua famiglia, che ti ama; hai i tuoi amici, che ti sono affezionati; hai il tuo nome, che è già stato fatto in letteratura. E poi, tu ami?»

«Amo» dissi io, e mi sentii in un subito la faccia infocata.

«E chi è dunque colei che ti fa questo effetto?»

«È una giovane donna» risposi, «che mi ha fatto conoscere un mio amico.»

«E tu non le hai ancora detto che l’ami?»

«Non ho osato.»

«Ebbene, io ti dico che tu devi dirglielo, e che lo devi fare tosto. Se tu non dici a colei che ami, che l’ami, tu le dai il diritto di credere che tu non l’ami; e se ella crede ciò, ella ti crederà anche meno di quel che tu sia in realtà. E tu sarai dunque più infelice di quel che tu sia già. Ma se tu le dici che l’ami, ella ti dirà che ti ama anch’ella; e se ella ti dice ciò, tu sarai felice. E se tu sarai felice, tu non avrai più alcun desiderio di morire.»

«Ma se ella non mi ama?»

«Ebbene, se ella non ti ama, tu sarai più infelice di quel che tu sia già. Ma questo è un male minore, che tu potrai sopportare.»

«E se ella mi amasse, ma non potesse manifestare il suo amore per timore di suo padre?»

«Allora ti metterai in mente che ella ti ama, e che in avvenire tu potrai amarla più che mai. E quando tu sarai diventato un uom virtuoso e felice, tu la sposerai, e lei ti sposerà; e voi sarete felici. E perciò io ti dico che tu devi dirle che l’ami, e che lo devi fare tosto.»

E in vista di ciò, Lorenzo si era recato a Milano. Egli era dunque stato a Milano la sera del 29 giugno, e si era preparato ad andar dalla sua amica; ma la pioggia lo aveva trattenuto in casa. La sera del 30 giugno egli era uscito e s’era recato all’indirizzo dell’amica; ma il cortile era disabitato, e la finestra chiusa. Egli s’era dunque persuaso che ella fosse morta, e che la sua morte fosse stata cagionata dal suo amore per lui.

Egli era tornato a casa con le lacrime agli occhi, e con la pioggia che gli cadeva sul capo. Aveva traversato il naviglio, e s’era accorto che l’acqua era alta; e che a poco a poco egli si trovava quasi immerso. Egli si era allora messo a pensare che la morte poteva venire da quel lato, e che essa sarebbe stata per lui una liberazione.

Se non che, nel bel mezzo del suo cammino, egli s’era ricordato della sua madre, e del suo amore per lei. Egli aveva pensato che non doveva commettere un suicidio, e che non doveva farla soffrire. Aveva allora ripreso il suo cammino, e s’era messo a correre verso casa sua; e s’era incontrato col suo padre, che tornava dalla campagna.

«Dove vai così di corsa?» gli aveva domandato il padre.

«Vado a casa mia,» rispose Lorenzo; «ho inteso che mia madre sta male.»

«Oh, se tu lo sai, tu devi far presto» disse il padre, e s’era messo a correre anch’egli.

E i due corsero insieme, e arrivarono a casa quasi nello stesso tempo. La madre era a letto, con la febbre alta; ma non era in pericolo. Lorenzo si era messo a fianco del letto, e aveva detto: «Madre mia, io ti amo, e non voglio morire.»

La madre gli aveva sorriso; e Lorenzo s’era sentito la vita tornare nel petto. Egli era dunque diventato un uomo virtuoso e felice, e aveva inteso di tornare tra i suoi cari.

II.

Dopo che il nostro Lorenzo si fu accertato che la madre non era in pericolo, egli tornò in città, e s’era recato a cercare il suo amico. Egli lo aveva trovato, e gli aveva detto: «Io ti ringrazio di avermi fatto conoscere una giovane donna che amo; ma io non posso più amarla.»

L’amico lo aveva guardato con stupore, e aveva detto: «E perché dunque? Io ti avevo detto che ella ti amava anch’ella!»

«È vero» rispose Lorenzo; «ma io non ho potuto amar con la sincerità che meritava il suo amore.»

«E in che modo dunque hai amato?»

«Io ho amato con un amore che non si può esprimere, e che non si può confessare. Io ho amato con un amore che mi ha fatto temere la vita, e che mi ha fatto desiderare la morte. E perciò io non posso più amarla.»

L’amico lo aveva guardato con un misto di compassione e di malizia, e aveva detto: «Io non ti capisco; ma se tu non vuoi più amarla, ebbene non amarla. Ma tu devi dirle che non l’ami, e che lo devi fare tosto.»

«Non posso dirle che non l’amo» rispose Lorenzo; «ma io le scriverò una lettera, e la consegnerò a te, perché tu gliela consegni.»

L’amico aveva accettato, e Lorenzo si era messo a scrivere. Egli aveva scritto quanto segue:

«Mia cara amica,

Io ti amo più di quanto tu possa credere, e non posso più amarti. Il mio amore per te mi ha fatto desiderare la morte; e perciò io non posso più amarti. Se tu potessi perdonarmi, io ti sarei eternamente grato.

Lorenzo.»

L’amico aveva preso la lettera, e s’era messo a ridere. «Non ti capisco» gli aveva detto; «ma se tu non vuoi più amarla, ebbene non amarla. Ma tu devi dirle che non l’ami, e che lo devi fare tosto.»

Lorenzo aveva ringraziato l’amico, e s’era messo a camminare. Egli aveva camminato per tutta la notte, e s’era accorto che il sole sorgeva. Egli s’era dunque persuaso che la vita doveva continuare, e che il suo amore doveva finire.

III.

Il giorno dopo, Lorenzo si era recato al giardino pubblico, e s’era messo a sedere su una panca. Egli aveva inteso di attendere l’amico, e di riceverne notizie della sua amica. Egli aveva atteso a lungo, e s’era accorto che l’amico non veniva. Egli s’era allora persuaso che l’amico si fosse dimenticato di lui, e che la sua amica si fosse dimenticata anch’ella di lui.

Egli si era messo allora a pensare che la vita era lunga, e che il suo amore era finito. Egli si era allora persuaso che doveva fare qualcosa di grande, per far dimenticare a tutti il suo amore, e per far dimenticare a lui stesso il suo amore.

Egli si era allora alzato, e s’era messo a camminare. Egli aveva camminato per un’ora, e s’era accorto che il sole sorgeva. Egli s’era allora persuaso che doveva fare qualcosa di grande, per far dimenticare a tutti il suo amore, e per far dimenticare a lui stesso il suo amore.

Egli s’era dunque deciso a far la guerra, e a morire sul campo. E in vista di ciò, egli si era messo a camminare, e s’era accorto che il sole sorgeva. Egli s’era allora persuaso che doveva fare qualcosa di grande, per far dimenticare a tutti il suo amore, e per far dimenticare a lui stesso il suo amore.

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